Senza un cuore e senza un’anima

Negli ultimi dieci anni sicuramente ci sono stati eventi e fenomeni che hanno cambiato gli equilibri socio economici del mondo forse più grandi di qualsiasi nostra immaginazione e possibilità; inoltre una costante evoluzione tecnologica globale ha ingoiato anche il nostro comparto grazie all’avvento in primis  dell’informatizzazione totale e di nuove tecnologie che hanno inciso sul mondo del lavoro e lo hanno cambiato quasi radicalmente. Ma come scriveva Darwin: “non la specie più forte sopravvive, ma la più reattiva ai cambiamenti”, ed effettivamente nel turismo tranne coloro che sono stati e sono fermi e che si trovano davanti a delle grosse crisi aziendali, professionali e personali, ognuno a modo proprio si è dato e si sta dando da fare convinto di aver trovato la ricetta migliore e nella speranza di aver fatto la scelta giusta per uscire fuori da questo periodo di trasformazione che rischia però di diventare un’epoca e dai risultati non ancora quantificabili.

Credo però che mai come ora il nostro turismo abbia avuto un momento così double face e contraddittorio: da una parte assistiamo alla puntuale e fredda elencazione di numeri, percentuali e dati di occupazione (ma anche di profitti?), dall’altra in qualità di testimoni e protagonisti passivi assistiamo e viviamo giornalmente i risultati di questo periodo di trasformazione che si identifica solo ed esclusivamente dietro la ricerca esasperata del record. Ognuno crede di aver trovato la formula vincente e crede di possedere il “know how” del nuovo modo di fare e vivere il turismo: sono nate nuove figure professionali e nuove aziende che si occupano di strategie di vendita, incremento, posizionamento e visibilità sui canali on line e i nuovi termini che occupano le nostre giornate lavorative sono revenue, competitor, parity rate, ota, roi, advance booking, best available rate, social network e web e social marketing. Oggi la nostra prima priorità sul posto di lavoro, è diventata l’ossessione dei commenti e delle recensioni che arrivano dal web, la nostra posizione nella classifica dei “migliori”, dei “più bravi” e l’invito da rivolgere ai cliente a “pubblicare” in caso positivo la propria soddisfazione.

Ormai è un dato di fatto: internet ed il mondo del web hanno monopolizzato la prenotazione, e la scelta della location e della struttura ed il prezzo hanno preso il posto delle motivazioni e dei sentimenti che una volta  spingevano una persona a visitare un posto e soggiornare in un albergo con il risultato che spesso molti si ritrovano da qualche parte senza neanche rendersi completamente conto della scelta fatta. Questo fenomeno e questa nuova filosofia occupazionale che sta caratterizzando questo periodo professionale, ha certamente ridotto il rapporto troppo ampio che esisteva in Italia fra qualità e prezzo ma si rischia anche e pericolosamente l’effetto contrario, cioè un pauroso effetto a catena nel ribasso, se pur giustificato dalle esigenze del mercato. A discapito di chi? Del cliente che si crea false aspettative circa la struttura dove soggiornerà e di noi addetti ai lavori ormai ridotti ad operai della catena di montaggio di un monotono ed alienante ciclo di produzione della fabbrica/albergo che si è venuta a creare.

In questo giro perverso fatto solo di occupazione (pieni a qualsiasi costo) e di profitti (meno guadagni e sicuramente ottenuti meno facilmente rispetto al passato) le aziende si stanno continuamente riorganizzando, limando dove possono e tagliando i costi ritenuti “superflui”dei quali uno in particolare: lo staff. Con l’aiuto delle leggi e normative riguardanti il mondo del lavoro che sono state messe in atto in questi anni, (ed io aggiungerei: con l’uso improprio ed incontrollato che ne è stato fatto) oggi lavoriamo in una giungla fatta di personale alberghiero di serie A, serie B ed aggiungerei anche di serie C e D. Se da una parte si è ridotta l’ampia forbice qualità/prezzo e anche se tendenzialmente restiamo un paese “caro”, oggi (con delle scelte oculate da parte degli usufruitori) i prezzi sono per certi aspetti più concorrenziali rispetto al passato. Ma questa tendenza al “ribasso” con conseguente contenimento dei costi, si sta ripercuotendo in particolar modo sulla qualità e sul servizio offerti e di riflesso sulla formazione.

L’esternalizzazione, il ricorso all’outsourcing e le nuove leggi che dovevano di fatto rendere più “flessibile” una delle voci di costo più importanti di un’azienda turistico-ricettiva ed aiutarla in un periodo di recessione economica, senza la dovuta attenzione e controllo da parte degli organi preposti, hanno creato anarchia e confusione oltre che una “spersonalizzazione “ dei ruoli, dequalificazione e caduta di professionalità. Sono nati gruppi di singoli o organizzati in pseudo cooperative, società, agenzie interinali e chi più ne ha più ne metta che ormai si gestiscono il business del lavoro d’albergo in affitto in fortissima concorrenza (spesso sleale) fra di loro. Dai reparti interni e dai generici si è passati alla ristorazione, all’housekeeping e per finire ai ricevimenti d’albergo e nel nostro paese ormai è prassi consolidata trovare strutture turistico-ricettive completamente “esternalizzate” nel personale. Basta leggere gli annunci di ricerca di lavoro nel settore su riviste e siti di competenza per rendersi conto che la qualità ed il servizio (oltre alla formazione) sono le voci pesantemente penalizzate: c’è chi cerca personaggi multiuso e multifunzione, chi offre pochi turni e pochi giorni durante la settimana, chi paga due (dico 2) euro a camera alla “professionista” che accetterà queste condizioni. I risultati di questa “flessibilità professionale”?

Ci salviamo ancora grazie ad un mercato globalizzato che ci ha dato nuove “fette” di visitatori come russi e cittadini dell’est europeo, indiani, brasiliani e le prime avanguardie di cinesi oltre a quel poco che ci è rimasto della fama di possedere un terzo delle risorse storico, paesaggistiche e culturali; ma se non mettiamo in cima al “prodotto Italia” la qualità della nostra offerta e un servizio al top, supportati da una vera formazione, la strada già in salita diventa veramente impossibile da percorrere. Di sicuro con questa politica assente, questo ministero show, questi enti e istituzioni sanguisughe e improduttivi, queste scuole pubbliche allo sfascio e questi istituti privati mangiasoldi, questa imprenditoria turistica speculatrice, questo sindacato che pensa a fare l’occhiolino alla politica e queste associazioni di categoria “vetrine per pochi” e frammentate in mille pezzi, la situazione si fa veramente difficile e dovremo rassegnarci a sopravvivere nelle nostre strutture turistico-ricettive che ormai sono diventate delle scatole, magari ben confezionate dall’esterno, ma completamente vuote all’interno e sicuramente senza un cuore e un’anima.    C.C.                        

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2 risposte a Senza un cuore e senza un’anima

  1. Massimiliano Scio' ha detto:

    Approvo tutto e in pieno.

  2. Stefano Mandolesi ha detto:

    Anche io !!!

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